“La Strategia 2020 non deve essere un libro dei sogni, come si è rivelata in parte essere la Strategia di Lisbona”, ha affermato il direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Lucio Battistotti. “È, invece, un cammino strategico concreto per uscire dalla crisi attraverso un modello di sviluppo e di società diverso dal puro liberismo e che comprenda l’inclusione e la coesione”.
L’intervento di Anne Bucher si è focalizzato sul mercato del lavoro italiano, mostrando come il problema principale sia la scarsa produttività: il costo del lavoro per unità di prodotto è a livelli più alti che nel resto d’Europa nonostante la dinamica salariale sia in linea con quella degli altri paesi proprio perché la produttività è ferma. “Il sistema della contrattazione centralizzata non è adatto a un paese dalle forti disuguaglianze regionali come l’Italia”, ha affermato Bucher, bollando come paradossale il fatto che il costo del lavoro per unità prodotta sia più alto nelle regioni a maggiore disoccupazione, mentre i meccanismi di mercato, se fatti lavorare, dovrebbero condurre a una situazione esattamente opposta.
Mentre Stefano Micossi, direttore generale Assonime, ha sottolineato la cogenza dei vincoli imposti dall’Europa in virtù delle nuove politiche che guidano le procedure d’intervento di disavanzi o di squilibri eccessivi, Antonio Spilimbergo, economista del Fondo monetario internazionale, ha evidenziato come i confini nazionali non siano più significativi in relazione al livello del Pil pro capite: per fare uscire l’Italia da una situazione che la vede, oggi, agli stessi livelli di Pil pro capite di dieci anni fa andrebbero quindi risolte le disomogeneità territoriali.
Tra le conseguenze della crisi, ha evidenziato l’economista del lavoro della Bocconi, Tito Boeri, c’è anche il fatto che ormai il 90% dei primi impieghi è regolato da forme contrattuali che non prevedono nessuna protezione. Propone, dunque, l’introduzione di un salario minimo e l’unificazione delle forme contrattuali, in modo che sia assicurata a tutti una certa protezione fin dall’ingresso nel mercato del lavoro.
Anche per Stefano Grassi del Segretariato generale della Commissione europea il problema numero uno è la produttività e non ci si deve illudere che tornerà a crescere quando si uscirà dalla crisi, ma piuttosto il contrario: si uscirà dalla crisi quando la produttività tornerà a crescere.
Franco Bruni, ordinario di teoria e politica monetaria internazionale alla Bocconi sottolinea che uno dei motivi per cui le politiche di riforma italiane risultano poco ambiziose anche agli occhi della Commissione europea è la scarsissima elasticità di breve termine del bilancio nazionale. “Anche le riforme ritenute a costo zero”, ha dichiarato, “hanno sempre, in realtà, un costo nel breve termine”. Bruni ha concluso il suo intervento esortando ad abbandonare ipotesi di crescita che sacrifichino beni pubblici come il territorio. “Ogni forma di crescita che distrugga il territorio”, ha detto, “è frutto di un modo sbagliato di fare i conti”.