L' élite va in Gulfstreamt roppo in alto per le crisi

«Sono tornati quelli che l' anno scorso non videro arrivare la crisi asiatica», dice un montanaro svizzero a un altro. È il gennaio ' 98. Una vignetta su «Le Monde» durante il World Economic Forum di Davos descriveva, tagliente, quella che dieci anni dopo è divenuta una «iperclasse». La definizione in inglese, «Superclass», dà il titolo a un libro a suo modo pionieristico pubblicato da David Rothkopf.

Perché se l' ascesa degli Stati nazione aveva creato delle élite appunto su scala nazionale, la globalizzazione ha prodotto un gruppo di alcune migliaia di persone che - scrive Rothkopf, studioso del Carnegie Endowment for International Peace - «hanno più in comune fra loro che con i loro stessi connazionali». In una domanda quasi candida, il ministro di Londra Mark Malloch-Brown cattura questo stato d' animo: «Ma cosa ci è successo? Camminiamo nei party di Davos e riconosciamo più gente di quando passeggiamo nel parco del nostro quartiere». Mobile, tenuta insieme da rapporti informali e più porosa in entrata e in uscita rispetto ai vecchi establishment nazionali, la «superclass» non si lascia catturare facilmente.

Per censo, riflette le crescenti diseguaglianze di un mondo in cui l' 1% dell' umanità controlla il 40% della ricchezza. Per natura, è più legata al settore privato che alle istituzioni e queste ultime semmai vi fanno ricorso: valga il caso di Tim Geithner della Fed di New York, che riunisce 14 grandi banchieri per un salvataggio e dice loro: «Ragazzi, dovete risolvere questo problema». Per i centri che l' alimentano, questa élite si distingue per alcuni marchi celebri: Harvard, Stanford o Chicago come università, Goldman Sachs o Gazprom come imprese, Davos, la Trilaterale o il Bilderberg come luoghi in cui i 6-7 mila («uno su un milione») si ritrovano.

Ma Rothkopf ha un altro metro: i Gulfstream, aerei privati emblema del denaro e dell' ubiquità globale. Negli aeroporti dove ce ne sono di più, lì è la «superclass». E Zurigo, durante Davos, ne ospita il 10% del totale mondiale.

Corriere della Sera, 09/05/2008

di Federico Fubini
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