Ma che sviluppo è con tanti neo poveri?

Tradizionalmente, la povertà è stata definita come insufficienza di reddito o consumo, in termini assoluti o relativi. Tuttavia, è opinione ormai ampliamente condivisa che il livello di reddito, in quanto tale, non sia adeguato a definire le condizioni di vita delle persone. Variabili come lo stato di salute, la speranza di vita, il livello delle conoscenze e di educazione scolastica, la profondità e l’estensione delle relazioni sociali, in quanto tutti elementi costitutivi della vita umana, non possono essere ignorati se siamo interessati a stimare lo standard di vita degli individui o ad inquadrare le problematiche sociali più urgenti.

Se la povertà ha assunto una connotazione multidimensionale, l’orizzonte di analisi si è arricchito di nuovi significati. Nei paesi sviluppati, l’analisi della povertà diventa nella letteratura più aggiornata analisi della deprivazione relativa, dell’esclusione sociale, della vulnerabilità: concetti nuovi che riescono meglio a cogliere gli effetti delle profonde trasformazioni avvenute nel corso degli ultimi decenni nelle strutture sociali, a cominciare dalla famiglia, nel mercato del lavoro e nel welfare state.

L’analisi della deprivazione relativa consente di carpire il disagio e l’insoddisfazione che scaturiscono dall’inevitabile confronto con lo standard di vita di chi ci circonda: la stessa situazione di vita oggettiva, infatti se rapportata a gruppi di riferimento diversi, potrebbe essere considerata accettabile da alcune persone ma deprivata da altre. L’esclusione sociale pone invece l’accento su processi di marginalizzazione delle persone dal loro contesto sociale di appartenenza e che conducono a situazioni di disagio estremo: la disgregazione dei legami famigliari, la precarietà lavorativa e il ripetersi di periodo di disoccupazione, l’isolamento sociale.

La vulnerabilità, infine, è definita come il rischio di diventare poveri: l’ottica di analisi diventa oltre che multidimensionale, multitemporale, con un’impostazione prospettica. L’espressione “nuove povertà” come termine onnicomprensivo di riferimento sia a specifiche situazioni, sia a importanti linee di ricerca diventa quindi del tutto appropriata. La stessa natura composita del concetto impone tuttavia letture che traggano alimento da diverse esperienze e da diversi retroterra culturali. È necessario avere una conoscenza diretta del fenomeno, associata ad una grande capacità di elaborazione e di inquadramento nel più vasto contesto sociale e culturale.

Nelle nostre società i due meccanismi istituzionali deputati alla creazione di condizioni compatibili con adeguato grado di coesione sociale, oltre che finalizzate al buon funzionamento del sistema produttivo, sono la protezione sociale, il welfare state, e il mercato del lavoro, visto come insieme di norme e di comportamenti che tentano di conciliare esigenze strettamente economiche e tutela della persona. Fino a che punto gli attuali assetti del sistema di protezione sociale, in Italia ma anche in altri paesi, hanno contrastato la formazione delle nuove povertà, circoscrivendone la portata o gli effetti, o, in alternativa, le forme di protezione sociale devono allontanarsi significativamente dalla esperienze passate e ricercare vie nuove?

D’altro canto, il nostro mercato del lavoro è stato oggetto di ripetuti interventi negli ultimi anni, finalizzati in buona misura all’introduzione di un più elevato grado di flessibilità nell’utilizzo della forza lavoro da parte delle imprese. È dunque utile una valutazione di queste vicende e una prospettazione delle possibile linee di evoluzione futura. È noto infine che la performance economica del nostro paese è stata del tutto insoddisfacente. Ci sembra ragionevole affermare che, anche se le diagnosi sono convergenti, le terapie proposte, superando argomentazioni molto semplicistiche, meritano una formulazione compiuta.

Molte domande possono essere formulate a questo riguardo: le nuove povertà, viste anche nelle loro componenti di psicologia sociale, sono state, e lo saranno ancora di più in futuro, un elemento di freno allo sviluppo del nostro paese o sono un prezzo necessario da pagare per adeguare l’economia e la società italiana alle nuove realtà economiche e finanziarie internazionali? Quali sono le riforme più urgenti del nostro sistema di welfare delle relazioni contrattuali in una logica di contemperamento delle esigenze sociali e delle prospettive di sviluppo, anche alla luce dell’insicurezza che sembra pervadere molti strati della società italiana? Quale valutazione può essere data delle linee sostenute in passato dalle parti sociali, sul piano dell’analisi e su quello delle politiche perseguite? Quali prospettive si aprono per il futuro, in una logica di miglioramento di quanto fin qui si è manifestato?

di Roberto Artoni, professore dell’Università Bocconi

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