Se questo mondo non fosse unilaterale

All’inizio del XXI secolo viviamo in un mondo che è allo stesso tempo un unico sistema interdipendente e una realtà frammentata. Le trasformazioni della società mondiale in conseguenza dei processi di globalizzazione sono contraddittorie: da un lato, vi sono una crescente interdipendenza economica, finanziaria e tecnologica e una crescente interconnessione sociale, dall’altro, aumentano sia la diversità culturale che la frammentazione politica; da un lato, si sviluppano reti di interdipendenza globale, dall’altro, si affermano le specificità territoriali e emergono i nuovi localismi; da un lato assistiamo a una moltiplicazione dei flussi di interazione e delle aperture culturali, dall’altro, al rafforzamento di chiusure identitarie e di difese corporative.

In realtà, la società mondiale attuale rappresenta solo un campo di relazioni sociali e di sistemi specifici, alcuni già genuinamente globali, altri nazionali o locali, ma non può essere considerata una società nel pieno senso del termine; all'integrazione delle attività economica e alla densità dei rapporti sociali non si accompagnano infatti un nucleo di valori e norme condivisi e di istituzioni politiche che consentano la presa di decisioni comuni e la composizione non distruttiva dei conflitti.

Nell'attuale mondo globalizzato, vi è una crescente integrazione sistemica, ma continua a essere carente l'integrazione sociale. Per la prima volta nella storia gli abitanti della terra sono inseriti in reti di rapporti sociali tendenzialmente globali; i sistemi produttivi e i mercati sono coordinati su scala mondiale, i messaggi e le immagini televisive raggiungono masse sparse ai quattro angoli della terra, l'informatica consente l'azione a distanza, le telecomunicazioni materiali e simboliche comportano una compressione del tempo e dello spazio. Ma a tutto ciò non corrisponde un consenso normativo che fondi istituzioni di governo della società mondiale su basi condivise e che soddisfi le aspettative degli uni nei confronti degli altri. Laddove esiste un ethos comune, ciò avviene solo all'interno di ristrette comunità scientifiche, professionali, politico-diplomatiche, manageriali, che agiscono in ambienti circoscritti.

Non esiste una comunità politica mondiale in cui, come è avvenuto negli stati democratici, i gruppi esclusi possano lottare e rivendicare i propri diritti di cittadinanza giuridica, politica e sociale, attraverso l'eliminazione delle discriminazioni, l'allargamento del suffragio, le politiche di welfare, ovvero possano 'scambiare' la propria lealtà alle istituzioni democratiche e il proprio rifiuto della violenza come forma della lotta politica con il riconoscimento dei propri diritti e la soddisfazione delle loro rivendicazioni fondamentali. Esistono movimenti transnazionali di critica culturale e di protesta politica, ma non esiste il contesto istituzionalizzato in cui tale azione possa dispiegarsi.

In una situazione siffatta non c’è da stupirsi che crescano sentimenti di incertezza e di insicurezza tra la gente e che si percepisca un bisogno crescente di governance efficace della globalizzazione, ovvero di regole, regimi e istituzioni capaci di coordinare, regolare e integrare i processi e di dare risposta ai problemi dell’agenda globale, a cominciare dai flussi migratori e dalle questioni ambientali.

Come dovrebbe essere il modello efficace e possibile di governance globale? Penso debba essere poliarchico e multilaterale (nel senso di coinvolgere una pluralità di attori e risultare dalla interazione tra mercati, governi e network comunitari) e multilivello (nel senso di affrontare i problemi in modo coordinato al livello più adatto). E penso che dovrebbe saper sviluppare sistemi di ‘governance intelligente’ (conoscenze, competenze e esperienze continuamente aggiornate) adatti alla economia e alla società della conoscenza e in grado di integrare e attualizzare le istituzioni e le pratiche della democrazia formale e dell’economia di mercato.

Non bisogna avere paura del nuovo e dei cambiamenti, ma bisogna saperli governare con intelligenza

di Alberto Martinelli, professore all'Università degli studi di Milano

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